West Wild Stories

West Wild Stories

Il vecchio o meno vecchio West, sugli schermi cinematografici, non è qualcosa da sottovalutare. Ha ispirato violenza e romanticherie, ha ispirato costumi da carnevale e frasi fatte da impiantare in una sana conversazione tra amici, ci fa pensare agli speroni, alle vacche, alle sputacchiere e agli sceriffi.
Il West della corsa all’oro e il West della caccia agli indiani…il West delle brodaglie da mangiare o del whisky da bere, il West delle pistole e dei bordelli. In un modo o nell’altro, nel pensiero comune e nella cinematografia, la parola West la si può associare al selvaggio dei suoi soggetti, al selvaggio della sua natura, al selvaggio dei protagonisti e delle storie.

Storie…storie selvaggie del West!
È questo che con la rassegna “West Wild Stories” il Circolo Virtuoso Bukó vuole raccontare o farvi rivivere. Quattro storie associate dall’ambientazione West e dalla sua selvaggia atmosfera.
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il-grinta– Martedì 04 Novembre 2014 => “Il Grinta”(USA, 2010), un film di Ethan Coen, Joel Coen, con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld, Barry Pepper.

Trama: Mattie Ross è una quattordicenne fermamente intenzionata a portare dinanzi al giudice, perché venga condannato alla pena capitale, Tom Chaney l’uomo che ha brutalmente assassinato suo padre. Per far ciò ingaggia lo sceriffo Rooster Cogburn non più giovane e alcolizzato ma ritenuto da tutti un uomo duro. Cogburn non vuole la ragazzina tra i piedi ma lei gli si impone. Così come, in un certo qual modo, gli verrà imposta la presenza del ranger texano LaBoeuf. I tre si mettono sulle tracce di Chaney che, nel frattempo, si è unito a una pericolosa banda.

“I malvagi fuggono quando nessuno li insegue”. Con questo passo dal Libro dei Proverbi si apre il film che rappresenta l’ennesima sfida dei Coen. Questa volta i due registi decidono di confrontarsi al contempo con un genere che hanno (seppure a modo loro) già esplorato (il western) e con un’icona del cinema di nome John Wayne. Non era un’impresa facile realizzare un remake del film di Henry Hathaway che fece vincere l’Oscar al suo protagonista. Ma, come sempre, i Coen riescono a costruire un’opera totalmente personale pur rispettando (più dell’originale) lo spirito del romanzo di Charles Portis a cui la sceneggiatura si ispira.

Già la citazione biblica ne è un segno. Mattie è spinta a cercare giustizia da un carattere assolutamente determinato e lontano dall’iconografia della donna del West (Calamity Jane, Vienna/Joan Crawford e pochi altri esempi a parte) ma anche da un fondamentalismo che ha radici religiose. I Coen eliminano visivamente il prologo proponendo la vicenda come un flashback della memoria della donna Mattie. Una donna divenuta troppo precocemente tale perché nata in un mondo in cui dominano l’ignoranza (“Mia madre sa a malapena fare lo spelling della parola cat”) e la morte.il-grinta_2

È un film sul distacco, sulla perdita, sulla separazione Il Grinta. Mattie non bacerà il cadavere del padre (per quanto sollecitata) ma assisterà all’impiccagione di tre condannati due dei quali potranno esprimere il loro pentimento o la loro rabbia. Il terzo non potrà farlo: è un nativo pellerossa. La stessa Mattie però dormirà nella stanza mortuaria accanto ai cadaveri degli impiccati. Da quel momento avrà inizio un lungo percorso in cui Rooster Cogburn, detto Il Grinta, sarà una sorta di disincantato ma al contempo dolente Virgilio pronto a raccontare di sé e del suo confronto quotidiano con una morte inferta o subita. Mattie lo vedrà per la prima volta non mentre arriva in città con i malfattori catturati (come nel film del 1969) ma emergere progressivamente alla visione mentre in tribunale gli viene chiesto conto degli omicidi (a favore della Legge certo ma sempre omicidi) compiuti. Jeff Bridges è perfetto nel rendere quasi tangibile questa figura di uomo della frontiera cinematograficamente in bilico tra la classicità e lo spaghetti-western.

Si lascia The Duke Wayne alle spalle e affronta un viaggio in un genere destinato a proporre, incontro dopo incontro e scontro dopo scontro, una riflessione su un modo di concepire il confronto sociale non poi troppo distante da quello in atto in questi nostri difficili tempi. Perché, non dimentichiamolo, anche il più apparentemente astratto film dei Coen morde sempre (e con grande lucidità) sul presente.

ritornofuturoIII– Martedì 11 Novembre 2014 => “Ritorno Al Futuro III” (USA 1990), un film di Robert Zemeckis, con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Mary Steenburgen, Lea Thompson, Thomas F. Wilson.

Trama: 1955. Marty è di ritorno da Doc con un messaggio che proviene dal Doc che si trova nel 1885 nel Far West che offre le coordinate per ritrovare la DeLorean. Una volta recuperata l’auto un’altra novità li attende: una lapide cimiteriale che riporta la data in cui Doc è stato ucciso colpito alle spalle rimanendo così nel perpetuo ricordo della sua amata Clara. È allora indispensabile riprendere la macchina del tempo per recarsi nel West dove lo scienziato fa il maniscalco e cercare di impedire la sua morte.

ritornoFuturoIII_2Per l’ultimo capitolo di Ritorno al futuro Zemeckis e il fedele cosceneggiatore Bob Gale affrontano la vicenda su un doppio binario (esemplificazione che si fa appropriata considerando l’importanza che il treno assume nello svolgersi dell’azione). Da un lato prosegue lo sviluppo di un’indagine teorica la cui complessità non è nascosta ma semmai esibita. La riflessione sul cinema e sul suo potere questa volta si fa, se possibile, ancora più esplicita con quella partenza della DeLorean in un drive in nella Monument Valley in cui sotto allo schermo è disegnato un nugolo di pellerossa a cavallo che verrà sfondato dall’auto in corsa per poi trovarsi davanti ad indiani veri che sembrano inseguire Marty mentre in realtà fuggono dal classico 7° Cavalleggeri. Così come ci sarà dato vedere, in un film in cui si ammicca ad Einstein e a Copernico, l’auto rinascere a nuova vita sotto un’altra forma (fantascientifica) che è bene non rivelare.

Tutto ciò però ha modo di integrarsi con quello che si potrebbe definire il più ‘umano’ degli episodi. Al personaggio affidato a Michael J. Fox non sono ormai lasciati molti spazi di evoluzione. Deve tornare a combattere con un cattivo, deve dimostrare di non avere paura, deve confrontarsi con i suoi antenati (anche se tutto ciò avviene sotto lo pseudonimo di… Clint Eastwood con alcune divertenti conseguenze). È invece su Doc che la sceneggiatura si può permettere di intervenire lasciando allo scienziato la sua vena di follia creativa ma facendogli accadere l’evento più irrazionale che possa capitare a un uomo abituato a calcolare e prevedere: innamorarsi a prima vista. Vedere Christopher Lloyd cedere, come da previsioni, al primo sguardo di una Mary Steenbugen che si diverte nel ruolo dell’innamorata appassionata di romanzi scientifici è davvero divertente. Qui starà però forse l’unica vera difficoltà nell’apprezzare la riproposta del film: è quasi certo che dal 1990 ad oggi il numero degli spettatori che hanno letto (o almeno sentito nominare) Giulio Verne sia sensibilmente diminuito. Potrebbe mancare qualche importante punto di riferimento.

djangoCorbucci– Martedì 18 Novembre 2014 => “Django” (Italia – Spagna 1966), un film di Sergio Corbucci, con Franco Nero, Loredana Nusciak, José Badalo, Angel Alvarez, Eduardo Fajardo.

Trama: Django compare a piedi – occhi azzurri, passo pesante, cappellone sugli occhi – con la sella in spalla, trascinando una bara. Dopo 3 minuti ci sono 9 morti ammazzati. Allo scoccare della mezz’ora, siamo a quota 48. Il regista non si fa più passare per Sidney Corbett e, col nome vero, firma anche soggetto e sceneggiatura. L’inverosimiglianza della vicenda, le psicologie, i dialoghi, l’umor nero, sfiorano il delirio. Il film ebbe tanto successo che in Germania furono distribuiti altri 27 “spaghetti-western” il cui titolo comincia con Django.

desperado-Martedì 25 Novembre 2014 => “Desperado” (USA 1995), un film di Robert Rodriguez, con Steve Buscemi, Antonio Banderas, Salma Hayek, Joaquim de Almeida, Cheech Marin.

Trama: In una cittadina messicana, centro di fabbricazione e di spaccio della droga, arriva un misterioso chitarrista che nella custodia del suo strumento nasconde un arsenale di armi da fuoco, e si vendica del locale boss malavitoso e dei suoi scherani. Con i milioni della Columbia, Rodriguez ha rifatto El Mariachi (1992) che, secondo la leggenda, era costato 7000 dollari. È ancora lo stesso cinema d’azione frantumata, esasperata, isterica, una sorta di kung-fu in salsa messicana.

Le proiezioni avranno inizio tutte alle ore 21:30…puntualissime!
Siatelo anche voi nel palesarvi al Circolo Virtuoso Bukó, via Stanislao Bologna 30, Benevento!

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