Che razza di Sport!

A Giugno nei nostri meandri, troverete quattro film in rassegna che raccontano il duro rapporto esistito nella storia (e purtroppo ancora esistente) tra il mondo dello sport e il razzismo. Quattro film che raccontano la storia di alcuni campioni che, prima di combattere sul ring o di ambire alla vittoria in campo, hanno dovuto affrontare il pregiudizio e l’intolleranza razziale.

gloryroad– Martedì 6 Giugno 2016 => “Glory Road”, un film di James Gartner. Con Josh Lucas, Derek Luke, Austin Nichols, Mehcad Brooks, Alphonso McAuley.

Trama: Nel 1965 l’allenatore Don Haskins, affidandosi esclusivamente all’abilità degli atleti e senza tener conto dei fermenti politici e razziali in atto, mette insieme un team composto esclusivamente da giocatori afroamericani. Grazie al suo coraggio, la misconosciuta squadra di basket della Texas Western University riuscirà a vincere il campionato NCAA del 1966.

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Pictured: Alphonso MacAuley, Mitch Eakins, James Olivard, Sam Jones III, Mechad Brooks, Austin Nichols, Schin A.S. Kerr (obscured) Josh Lucas, Kip Weeks, Damaine Radcliff

Ispirandosi a una storia vera, l’esordiente James Gartner offre a Josh Lucas (Poseidon) il volto del leggendario allenatore americano e costruisce un godibile e movimentato film che piacerà agli appassionati della pallacanestro e degli anni Sessanta, soprattutto grazie ad una colonna sonora fatta di celebri pezzi d’epoca, come per esempio “Twist and shout” degli Isley Brothers.

Prodotto da Jerry Bruckheimer, il film è lontano dall’intensità del cinema morale e indipendente dello Spike Lee di He got game, anch’esso ambientato sul campo da pallacanestro, ma è comunque capace di tratteggiare un ritratto corale coerente e ricco di sfumature, grazie anche a una ricca galleria di personaggi secondari.

 

Invictus– Martedì 14 Giugno 2016 => “Invictus”, un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones.

Trama: Nelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C’è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c’è una squadra, gli Springboks, che catalizza l’attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell’apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell’operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar.

invictus1Negli Stati Uniti all’uscita del film c’è chi ha affermato che il nome del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli esiti dell’Amministrazione democratica con una fiducia guardinga. Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono, senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo) con Million Dollar Baby , con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino .
In Invictus trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin “Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation”. Eastwood ne trae un film assolutamente classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a proposito della famiglia) del rischio dell’agiografia. Che viene sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come il desiderio di superare il devastante clima dell’apartheid parta dal cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela non è spinto dal sentimentalismo. I versi di “Invictus” imparati in prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere l’obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall’intuito e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno già fissato l’esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre (gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli’ che compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo’ sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni film. Invictus appartiene ai secondi.

saporevittoria– Martedì 21 Giugno 2016 => “Il Sapore della Vittoria”, un film di Boaz Yakin. Con Denzel Washington, Will Patton, Wood Harris, Ryan Hurst, Donald Faison.

Trama: I Titans ricordati nel titolo sono la squadra di football americano che negli anni settanta venne allenata da Herman Boone (Washington), coach di colore, che arrivò a quel ruolo così importante contro i fortissimi pregiudizi che vigevano allora. I neri potevano giocare, ma non assumersi la responsabilità della squadra, neppure se avevano dato prove di grandi qualità. Dunque Boone, che ha ottenuto ottimi risultati in squadre universitarie, arriva ad Alexandra, in Virginia, stato fisiologicamente razzista, preparato ad affrontare la discriminazione, si vede invece riconoscere la saporevittoria2propria bravura e diventa allenatore in prima. A quel punto deve combattere con gli stessi giocatori, quelli bianchi naturalmente, che mal sopportano di dover obbedire a un nero. Ma Herman, con grinta e intelligenza, ce la fa. La storia ha certamente sapori agiografici e porta acqua a quella tesi. In America ha creato dibattiti ai quali non si sono sottratti neppure personaggi come Michael Jordan. Per il resto c’è la giusta tensione e una violenza forse esagerata, seppure nel football, che fa della violenza una delle sue grandi prerogative. Film forse “troppo americano”, che rappresenta uno sport che non ha mai del tutto convinto gli italiani.

Ali– Martedì 28 Giugno 2016 => “Alì”, un film di Michael Mann. Con Will Smith, Jamie Foxx, Jon Voight, Mario Van Peebles, Ron Silver.

ali1Il film racconta i fatti fondamentali della carriera e della vita privata di Alì. Si parte dal 1964, dal primo incontro con Liston che diede a Clay il titolo mondiale dei pesi massimi. Il match era truccato ma nel film non viene detto. Viene accreditata la tesi che fu Malcolm X a portare il campione sulla via dell’Islam. Il gran capo dei musulmani neri riceve il ragazzo e gli cambia il nome. Alì, chiamato alla armi rifiuta di partire. Sono gli anni del Vietnam. Il pugile dice la famosa frase, che gli costerà cinque anni di inattività, “i Vietcong non mi hanno fatto niente”. Non può più combattere. Rimane senza un dollaro. Il gran capo religioso lo espelle. Lo riprende quando Alì tornerà a combattere con borse miliardarie. A Kinshasa, nello Zaire, viene organizzato l’incontro del secolo, con Foreman. La città africana, preferita a New York e Las Vegas, assume un altissimo valore simbolico. È il 1974, Alì ha 32 anni e ritorna in possesso del titolo. Il film si chiude col campione esultante sul ring. Mann, nonostante la trama fortemente cinematografica, non ha colto l’occasione.
Tutte le proiezioni avranno inizio alle ore 21:30.
Tutte con estrema puntualità.
Siate anche voi puntuali nel palesarvi.

Proiezione: “Boys don’t Cry” + Cena Rainbow # RAINBOW WEEK

Dal 16 al 22 maggio una settimana di dibattiti, proiezioni, mostre, momenti di festa e divertimento per coprire con i colori dell’arcobaleno il nero dell’omofobia.

rainbow week_18maggio

MERCOLEDÌ 18 MAGGIO
– Ore 19.00
Proiezione del film “Boys don’t cry”
– Ore 21.00
Cena Rainbow con menù arcobaleno a 10€

Menù arcobaleno:
– Antipasto: “mille colori”
– Secondo: “la carne è sempre la carne”
– Contorni: “civilmente uniti”
– Vino, acqua, pane e, soprattutto, “la fava fresca”

NECESSARIA LA PRENOTAZIONE PER LA CENA ENTRO IL 16 MAGGIO 2016.
Contattare:
– Francesca => 3402244751
– Andrea => 3297914678

Presso il Circolo Virtuoso Bukó
Via Stanislao Bologna 8, Benevento

Durante la Rainbow week sarà possibile acquistare la tessera dell’Associazione WAND o fare donazioni negli appositi salvadanai. Inoltre il WAND si occuperà di raccogliere i nominativi di chi desidera partecipare, con un pullman da noi organizzato, al Caserta Campania Pride il 25 Giugno 2016.

Info e contatti:
wandbn@libero.it
facebook.com/collettivo.wand
twitter.com/WAND_LGBT
ask.fm/WAND_LGBT_Benevento

rasSEGNA LIBRO

rasSEGNA LIBRO

In occasione del Maggio dei Libri il Circolo Virtuoso Bukó diviene un luogo dove scambiare suggestioni, emozioni e sensazioni associate al mondo della lettura e lo fa con una rassegna che ha proprio il libro come filo conduttore.

  • La_nona_porta2Martedì 3 Maggio 2016 => “La nona porta”, un film di Roman Polanski, con Johnny Depp, Lena Olin, Emmanuelle Seigner, Frank Langella, James Russo.Trama: Polanski, uomo dalla vita più grande del vero e grande regista anche nelle cadute di stile, oltre che attore teatrale straordinario (nella Metamorfosi kafkiana e in Amadeus di Shiffer a Vienna), qui sacrifica il suo talento ad un tentativo di film satanista di cassetta non paragonabile a Rosmary’s Baby. La bella moglie Seigner è sciupata in un ruolo inattendibile, come, del resto, gli altri interpreti di rango. Lo spunto è dettato da due libri, edizioni uniche e antiche, che, passati nei secoli di mano 9in mano, hanno determinato tragedie immani. Il successo di questo film è modesto rispetto alle aspettative. Ma Polanski è sempre Polanski: chapeau.
  • the-words
    Martedì 10 Maggio 2016 => “The words”
    , un film di Brian Klugman, Lee Sternthal. Con Bradley Cooper, Jeremy Irons, Dennis Quaid, Olivia Wilde, Zoe Saldana.
    Trama: Clay Hammond è un celebre scrittore corteggiato da una seducente dottoranda che vorrebbe carpire la verità dentro e dietro il suo romanzo. Avvicinato durante una lettura pubblica, Clay si limita a confessare i primi capitoli del libro introducendo la vita del suo personaggio: Rory Jansen, che si sogna scrittore e sogna il libro della vita, libro che arriverà dentro una vecchia ventiquattrore e non attraverso un’ispirazione. Pubblicato e raggiunto il successo a colpi di premi letterari, Rory viene seguito e poi ammonito da un vecchio signore che rivendica la paternità del libro e la storia della sua vita. Scoperto, Rory proverà a rimediare e poi a convivere con la menzogna e i propri limiti. A non riuscirci sarà la giovane moglie a cui lo scrittore, alla maniera del suo creatore, ha mentito. Perché Rory è probabilmente una proiezione di Clay e Clay il prosatore di se stesso.
    The Words, film d’esordio degli sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal, è un dramma intrigante intorno al tema della narrazione, una riflessione sull’arte di raccontare storie, o più propriamente sul bisogno di farlo. Al punto di rubare un manoscritto per farsi scorrere tra le dita il piacere delle parole o di ripudiare la propria consorte per averle perdute. Storia dentro un’altra storia che diventa Storia, The Words è affollato di personaggi col vizio della scrittura: chi lo fa per mestiere, chi ha un romanzo nel cassetto, chi ha perduto il libro della vita insieme alla propria vita. Tutti registrano un’urgenza di comunicare, di esplorare e di esplorarsi, di dare uno sfogo alla tristezza e una forma alla vita, di ritrovare quello che si è sprecato, di scoprire quello che non si è mai avuto. La cornice del film è un reading letterario, letteralmente narrante, dove non è nemmeno sempre chiaro cosa è vero e cosa no, chi è chi, chi ha scritto cosa, chi ha inventato chi. Klugman e Sternthal confondono impercettibilmente i piani del reale e della finzione, dove i sogni e i desideri hanno la stessa nitidezza del momento presente. Alla maniera di una scatola cinese, Clay Hammond racconta Rory Jansen che plagia un vecchio uomo che romanza un amore conosciuto e poi smarrito come le pagine del suo libro. L’immaginazione per i tre protagonisti (Dennis Quaid, Bradley Cooper e Jeremy Irons), che potrebbero essere in fondo la stessa persona, è un laboratorio in cui fermentano le emozioni della vita reale e in cui fervono i preparativi per la vita reale, quella che si ha paura ad affrontare e su cui non ci è mai concesso un secondo giro. Ma se esiste un solo modo di vivere una vita, ne esistono almeno tre per raccontarla, suggerisce The Words, seguendo parallelamente quella reale e quella finzionale, quella creata e quella rubata, quella navigata e quella naufragata. L’idea dei registi, nel modo del cinema, mette il mondo in movimento dentro una cornice e attraverso le parole. Parole seminate nelle immagini in attesa che attecchiscano stando a vedere (e ad ascoltare) quello che succederà.
     
  • trenoDInottePERlisbona2Martedì 17 2016 => “Treno di notte per Lisbona”, un film di Bille August. Con Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay.

    Trama: Ogni mattina, il professor Raimund Gregorius si reca nella scuola di Berna dove insegna. Ma una mattina riscrive per sempre il suo percorso: una ragazza disperata è in procinto di buttarsi da un ponte ed è proprio Raimund a fermarla prima che sia troppo tardi. La ragazza scappa, ma lascia dietro di sé un libro e un biglietto ferroviario per Lisbona. Raimund, spinto dal bisogno di cambiamento e da un’improvvisa sete di avventura, sale sul treno e, una volta in Portogallo, si mette sulle tracce dell’autore del libro, Amadeu de Prado, medico e membro della resistenza che si oppose al regime di Salazar. Nasce e si svolge all’insegna del travestimento, e dunque del falso, questo film di Bille August, che traduce sullo schermo un romanzo best-seller nei paesi di lingua tedesca firmato da Pascal Mercier, nom de plume di Peter Bieri. Quando la cartolina di Berna lascia il posto a quella di trenoDInottePERlisbonaLisbona, le glorie attoriali, vecchie e nuove, di Germania, Francia e Inghilterra si spacciano per nativi portoghesi, in un film girato interamente in inglese, che decreta pertanto immediatamente la sua appartenenza ad un regime di finzione tout court, anche piuttosto anacronistica. Un’aderenza rincarata e protratta dalla trama, degna di un feuilleton o di un romanzo parastorico di Dan Brown, con triangoli amorosi, torture politiche, colpi di scena e strascichi del passato che giungono opportunamente fino al presente. Se si aggiunge la pretesa del regista di fare un thriller filosofico -che si translittera nelle considerazioni esistenzialiste di Amadeu affidate alla voice over di Jeremy Irons- il quadro è completo e l’avvertimento lanciato.
    Mélanie Laurent e Jack Huston, nei panni dei due giovani amanti rivoluzionari, fanno ciò che è in loro potere per strappare il film alla calligrafia e consegnargli a tratti dei momenti di maggior credibilità, ma lo spazio è poco e il contesto ingrato.
    Con Night train to Lisbon Bille August manca la sovrapposizione auspicabile tra contenuto ed espressione: desideroso di parlare di un episodio di rinnovata vitalità nell’esistenza di un uomo ormai maturo, realizza invece un film colpevolmente vecchio, nel quale pesano le metafore spiegate ad alta voce (di fronte al treno in partenza o nello studio oculistico) e il ruolo passivo del protagonista. Per passare dalla carta al cinema occorreva davvero il coraggio di prendere un altro treno. 

     

  • Martedì 24 Maggio 2016 => “L’uomo nell’ombra”, un film di Roman Polanski. Con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, Olivia Williams, James Belushi. uomonell'ombraTrama: L’ex primo ministro britannico Adam Lang vive su un’isola negli Stati Uniti con la moglie, la segretaria e le guardie del corpo. Viene raggiunto da un ghost writer incaricato di rivedere da cima a fondo la sua autobiografia. Lo scrittore va a sostituire il precedente ghost writer che è morto cadendo da un traghetto in circostanze misteriose. In breve tempo lo scrittore comprende di essersi accollato un’impresa scottante e non solo sul piano letterario. Lang viene infatti accusato di avere, nel corso del suo mandato, consentito la tortura di prigionieri sospettati di terrorismo e di avere inconfesssati legami con la Cia. Roman Polanski potrebbe, a buon diritto, farsi aggiungere il nome di Alfred dopo questo suo thriller che si rifà al grande Hitchcock con una consapevolezza della classicità che pochi possono vantare senza scadere nel rifacimento privo di originalità. Il regista ha sempre privilegiato nel suo cinema l’ambiguità del vivere, sia che si trattasse di giovani donne in attesa del figlio del demonio che di fanciulli costretti a rubare nell’Inghilterra dickensiana. Approda ora al thriller con risvolti spionistici grazie a un romanzo che rispetta profondamente e a un Ewan McGregor che ricorda senza perdere nulla in modernità (Al uomonellombra2Qaeda e soprattutto Cia sono sempre minacciosamente presenti) i Cary Grant e James Stewart di un tempo. E’ perfetto nei panni dell’uomo qualunque costretto a destreggiarsi in una trama (letteraria, di rapporti gerarchici, politici e sentimentali) che rischia ad oggni passo di travolgerlo con le sue parziali rivelazioni. Si avverte il divertimento di Polanski che finisce con il non essere disgiunto da una sorta di consapevolezza preveggente.
    Il suo Adam Lang vive negli Stati Uniti dove non esiste un trattato di estradizione con l’Inghilterra. Roman Polanski, come tutti sanno, è stato arrestato in Svizzera per un lontano reato di rapporto sessuale con una minorenne. Stati Uniti e Svizzera hanno invece un trattato di estradizione. Un’avvertenza: non fatevi raccontare da nessuno il finale. Magari lo avrete già previsto ma sarà decisamente più piacevole scoprirlo in progress.

     

  • Martedì 31 Maggio 2016 => “Storia di una ladra di libri”, un film di Brian Percival. Con Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch.storia-di-una-ladra-di-libri2Trama: Germania, 1939. Liesel Meminger è una ragazzina di pochi anni che ha perduto un fratellino e rubato un libro che non può leggere perché non sa leggere. Abbandonata dalla madre, costretta a lasciare la Germania per le sue idee politiche, e adottata da Rosa e Hans Hubermann, Liesel apprende molto presto a leggere e ad amare la sua nuova famiglia. Generosi e profondamente umani gli Hubermann decidono di nascondere in casa Max Vandenburg, un giovane ebreo sfuggito ai rastrellamenti tedeschi. Colto e sensibile, Max completa la formazione di Liesel, invitandola a trovare le parole per dire il mondo e le sue manifestazioni. Perché le parole sono vita, alimentano la coscienza, aprono lo spazio all’immaginazione, rendono sopportabile la reclusione. Fuori dalla loro casa intanto la guerra incombe e la morte ha molto da fare, ricoverando pietosa le vittime di Hitler e dei suoi aguzzini, decisi a fare scempio degli uomini e dei loro libri.
    Adattamento del romanzo di Markus Zusak, Storia di una ladra di libri è un racconto di formazione ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in un piccolo villaggio della Germania. Nato da un’urgenza e dall’infanzia dell’autore, il libro di Zusak descrive una crescita forzata e indotta dalla crudeltà degli uomini. Ma la violenza della guerra e l’assurdità del mondo degli adulti vengono fiaccate dai libri e dalla letteratura, corsie preferenziali per la conoscenza. E attraverso i libri la giovane protagonista abbandona la superficialità tipica dell’età e impara a leggere (tra le righe), capendo quello che la circonda, scoprendo i misteri della vita e della sua assenza. Tradotto in trenta lingue, “La bambina che salvava i libri” è sceneggiato da Michael Petroni (Le Cronache di Narnia – Il viaggio del veliero) e diretto da Brian Percival (Downton Abbey), che decide per una regia classica e decisamente didascalica. Messa in scena che non rivoluziona il genere ma rende il film accessibile e concentrato sul suo soggetto: la dittatura dell’incultura. L’innocenza della protagonista si scontra presto coi terribili ‘uomini grigi’ di Hitler, che rubano ‘il tempo’ a chiunque osi contrariarli. E al fuoco della loro follia, la piccola Liesel sottrae i libri, unendo l’attenzione per gli altri alla forza di un sorriso. La speranza risiede nei suoi gesti e in quelli dei suoi genitori, nella loro voglia di libertà, nel loro bisogno comunitario, nel loro amore per il prossimo. Se Hitler ordina ai suoi ‘figli’ di bruciare i libri, un padre protegge sua figlia dall’orrore grazie alle parole di quei libri. Perché l’arte è una sorta di coscienza salutare, e in quegli anni bui provvidenziale a risollevare le persone dall’umiliazione e dall’ignominia subita. Racconto edificante, Storia di una ladra di libri partecipa a una tendenza attuale che mostra cittadini tedeschi irriducibili e resistenti contro lo stato delle cose. Impeccabilmente interpretato da Geoffrey Rush, Emily Watson e la giovane Sophie Nélisse, abile nell’esibire l’anima più genuina dell’infanzia e a far conoscere tutta la vulnerabilità della fase più delicata nello sviluppo di un individuo, Storia di una ladra di libri rivela una superficie liscia e una narrazione senza asperità. Il film ‘storico’ di Brian Percival ha tutte le caratteristiche ma anche i limiti di uno spettacolo familiare, che rinuncia alla (più) complessa costruzione del romanzo per una maggiore presa spettacolare. ‘Ricostruttore’, piuttosto che autore, il regista inglese pasticcia con la ‘mortale’ voce fuori campo, che dovrebbe essere il filtro tra gli accadimenti e il lettore e finisce invece per penalizzare la storia, intervenendo approssimativamente sullo svolgimento. Nella versione originale poi, in italiano il doppiaggio assorbe il garbuglio linguistico, intercala l’inglese col tedesco, impiegato come mero richiamo realistico ed elementare décor sonoro. Nondimeno Storia di una ladra di libri resta un film comunicativo, in grado di catturare lo spettatore e donargli un insegnamento veramente sentito. Perché per Brian Percival i libri hanno un valore rilevante, culturale e formativo. Insieme al cinema, possono veicolare contenuti importanti, farsi serbatoio dei capitoli della storia universale della formazione umana, nutrimento dell’immaginario, senza rinunciare ad emozionare.
    Le proiezioni avranno tutte inizio alle ore 21:00.
    Siate puntuali come lo saranno le proiezioni.
    Ciao, bella gente!

WASTE LAND

saledella terra2Si avvicina il 17 Aprile e con esso il Referendum abrogativo per non permettere il rinnovo delle concessioni contrattuali a chi già perfora i nostri mari entro le 12 miglia dalla costa.
Non ci pronunceremo in alcun modo perchè i pareri sono tanti e non è giusto influenzare alcuno in uno dei due versi. Tuttavia, va precisato che in un Paese come l’Italia che ricopre solo lo 0,5% della superficie terrestre – una nocciolina praticamente – e che ospita la maggior parte del patrimonio monumentale e culturale mondiale nonché un patrimonio naturale inquantificabile – una nocciolina molto ricca quindi! – le estrazioni petrolifere dovrebbero essere l’ultima priorità…anzi, non dovrebbero proprio esistere!
Detto ciò, al Bukó, nel mese di Aprile, promuoviamo una rassegna cinematografica denominata “Waste Land” un po’ per far tornare alla memoria Elliot e la sua Terra Desolata, un po’ per far luce su quello che il nostro pianeta sta divenendo per colpa della devastazione che l’uomo esercita su di esso, un po’ per far luce su quello che è il sale di questo pianeta e sulle direzioni da prendere per rinsavire.
Pars destruens e pars costruens insieme per sentirci nuovamente ospiti e non ancora padroni di un pianeta che soffre per il nostro parassitare.

formicheverdi– Martedì 5 Aprile 2016 => “Dove sognano le formiche verdi” (Australia – 1984), un film di Werner Herzog. Con Norman Kaye, Bruce Spence, Ray Barrett.
Trama:
Una multinazionale vuole intraprendere ricerche petrolifere in una landa desertica australiana. Gli aborigeni si oppongono, sia pure in maniera non violenta. Quella terra è da secoli sacra, per loro. I loro sit-in non fermano i cacciatori di petrolio. Ma i difensori dell’ambiente l’avranno egualmente vinta.

 

trash2– Martedì 12 Aprile 2016 => “Trash” (USA – 2014), un film di Stephen Daldry. Con Rickson Tevez, Eduardo Luis, Gabrielle Weinstein, Martin Sheen, Rooney Mara
Trama: Rafael, Gardo e Gabriel detto Rato hanno 14 anni e vivono nelle favelas brasiliane, campando grazie allo smistamento dei rifiuti. Un giorno Rafael trova nella discarica un portafogli che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave. Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono né fiducia né simpatia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio. Il gioco si fa duro, ma i nostri piccoli eroi non rinunciano a giocare. trashTrash è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo per ragazzi scritto da Andy Mulligan, e il film è sceneggiato da Richard Curtis (sì, quello di Quattro matrimoni e un funerale e Love Actually) e diretto da Stephen Daldry (sì, quello di Billy Elliot e The Hours). Ci sono anche una troupe brasiliana e un produttore esecutivo, Fernando Meirelles, utili a certificare la “credibilità etnica” dell’operazione. Ma a reggere il timone è il talento, e il punto di vista, riconoscibilmente anglosassone di regista e autori, e la produzione britannica Working Title.

wasteland– Martedì 19 Aprile 2016 => “Waste Land” (Brasile, Gran Bretagna – 2010), un film di Lucy Walker, Karen Harley, João Jardim. Con Vik Muniz
Trama: Nella periferia di Rio de Janeiro si è andata formando negli anni la più grande discarica del mondo che ogni giorno offre lavoro a migliaia di cosiddetti catadores, “riciclatori”. Di giorno e di notte, a piccoli gruppi o in solitaria, uomini, donne e ragazzini rifiutati dalla società scalano montagne di rifiuti, frugano tra l’immondizia alla ricerca di materiali riciclabili da poter vendere o barattare per tirare avanti la loro misera vita.Deciso a realizzare un’opera d’arte con la spazzatura, Vik Muniz torna nel suo paese natale – dopo aver trovato casa e fama a New York – per passare un periodo a Jardim Gramacho, questo centro periferico nello stato di Rio de Janeiro in cui il 50% della popolazione sopravvive di riciclaggio. Una volta conosciute le persone che si dedicano alla raccolta di materiali riciclabili, e colpito dalla loro forza e innocenza, il celebre artista brasiliano lascia che l’idea iniziale si trasformi naturalmente in un progetto “umanitario”. La regista inglese Lucy Walker si incarica delle riprese che testimoniano la crescita e l’evoluzione di un gruppo di catadores, uomini e donne che hanno potuto creare con le loro proprie mani un’opera d’arte dai rifiuti che loro stessi hanno raccolto.
wasteland2Ambientato nella terra di nessuno, alla frontiera tra vita e miseria, Waste Land è un documentario che scopre la bellezza nell’immondizia. È qui che a tutte le ore del giorno e della notte vengono scaricate a tonnellate le scorie della società. Da qui nasce l’arte, secondo Vik Muniz. Lo sguardo visionario dell’artista si posa sulla spazzatura e ci vede un volto fiero di una negra che ha lavorato tutta la sua vita e continua a camminare a schiena dritta nonostante le percosse; si posa sui sacchi squarciati, sulla terra e la polvere e ci vede un uomo riverso nella vasca, in un’interpretazione del dipinto “Morte di Marat” di Jacques-Louis David. I veri protagonisti del film sono loro, i catadores. Personaggi segnati dalla vita, con occhi pieni di miseria e meraviglia, con le loro storie straordinarie, i sogni, le sconfitte, la saggezza (“99 non è lo stesso che 100”).
Waste Land è un grande ritratto, visto dall’alto, di un gruppo di sopravvissuti che con l’arte è riuscito a vedere (e andare) al di là della spazzatura.

saledellaterra– Martedì 26 Aprile 2016 => “Il Sale della Terra” (), un film di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado.
Trama: Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, Il sale della terra è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio.
Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.
saledellaterra3Nato nel 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, da cui parte ancora adolescente, spetta al figlio Juliano documentarne la persona attraverso foto e home movies, ricordi e compendi affettivi di incontri col padre, sempre altrove a dare vita (e luce) al suo sogno. Un sogno che per potersi incarnare deve confrontarsi appieno col reale. A Wenders concerne invece la riproduzione dei suoi scatti, che ritrovano energia e fiducia nella natura, le sue foreste vergini, le terre fredde, le altezze perenni. Il regista tedesco, straordinario ‘ritrattista’ di chi ammira (Tokyo-Ga, Buena Vista Social Club, Pina Bausch), converte in cinema le immagini fisse, scorre le visioni e la visione di un uomo dentro un mondo instabile. In una scala di grigi e afflizioni, nei chiaroscuri che impressionano il boccone crudo dell’esistere (l’esodo, la sofferenza e il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù), Salgado racconta le storie della parte più nascosta del mondo e della società. Spogliate dalla distrazione del colore, le sue fotografie attestano la conoscenza precisa dei luoghi e la relazione di prossimità che l’artista intrattiene con gli altri, sono un mezzo, prima che un oggetto d’arte, per informare, provocare, emozionare. Foto che arrivano dentro alle cose perché nascono dall’osservazione, dalla testimonianza umana, da un fenomeno naturale.
Esperiti esteticamente l’oggetto artistico e l’intentio artistica di Salgado, Wenders rappresenta col suo cinema la ‘forma’ dell’idea di cui gli scatti sono portatori. Scatti radicali e icastici che penetrano le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea, attraversano i ghiacciai dell’Antartide e i deserti dell’Africa, scalano le montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Un viaggio epico quello di Salgado che testimonia l’uomo e la natura, che non smette di percorrere il mondo e ci permette di approcciare fotograficamente le questioni del territorio, la maniera dell’uomo di creare o distruggere, le storie di sopraffazione scritte dall’economia, l’effetto delle nostre azioni sulla natura, intesa sempre come bene comune. Perché dopotutto la domanda che pone la fotografia di Salgado è sempre ‘dove’? In quale luogo? E determinare il luogo è comprendere il senso della narrazione dell’altro.

Tutte le proiezioni avranno inizio alle ore 21:30…puntualissime!
Siate puntuali anche voi nel palesarvi.

Sesso Emancipazione Libertà

Sesso Emancipazione Libertà
Il sesso è un importante elemento della vita di uomini e donne. Con esso, in tante occasioni, si è raccontato di amore, di eccessi e di dipendenza. In tante altre occasioni il sesso con l’amore può divenire leit motiv di storie di emancipazione e libertà: dagli schemi, dalle oppressioni, dalle dipendenze, dalle discriminazioni e intolleranze.
Quattro film nei nostri meandri che focalizzeranno la vostra attenzione sul sesso e sul significato che esso ha assunto in quattro storie di vita.

irinaPalm– Martedì 01 Marzo 2016 => “Irina Palm” (Belgio, Lussemburgo, Gran Bretagna, Germania, Francia – 2007), un film di Sam Garbarski. Con Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Siobhan Hewlett, Dorka Gryllus.

Trama: Siamo nelle campagne attorno a Londra. Maggie ha un nipotino gravemente ammalato e in procinto di morire. Solo un’operazione in Australia può salvarlo ma i genitori non hanno il denaro necessario per il viaggio. Maggie va nella capitale a cercare lavoro ma per lei, donna sulla sessantina, non ci sono offerte. Decide allora di tentare con una proposta di assunzione come hostess. La prestazione però non è quello che lei, ingenuamente, crede. Dovrà masturbare i clienti di un locale porno i quali non avranno la possibilità di vederla. La donna, pensando alla salvezza del nipote, accetta nonostante tutto. Affinerà a tal punto la propria abilità nel ‘lavoro’ da diventare la mano più richiesta dai clienti, che faranno la fila per ‘Irina Palm’.
irinaPalm2Questo film di Sam Garbarski è la prova che si può fare un film natalizio (l’azione si svolge a dicembre) e ricco di umanità pur affrontando un percorso scabroso. Lo si può fare quando si hanno a disposizione due attori come Marianne Faithful e Miki Majnolovic. La Faithful, ex bellissima ninfa egeria della generazione cresciuta con i Rolling Stones, offre la sua fisicità totalmente trasformata a un personaggio di donna semplice, spinta da un amore che solo una nonna può conoscere. La volgarità del suo agire si trasforma in una routine che non solo è rivolta a un buon fine ma che, al contempo, la rende consapevole di un appeal che pensava di non avere più. Majnolovic (attore di Kusturica) utilizza il suo volto cupo per dare concretezza a un personaggio (quello del proprietario del locale porno) sicuramente idealizzato ma che la sceneggiatura sa servire con abilità. Si sorride, si ride e ci si commuove con Irina Palm. Così una volta tanto, si spera, anche i critici più severi potranno lasciarsi andare e non contrastare quel tanto di ‘buonismo’ che lo script contiene. Se non lo ha fatto la trasgressiva Faithful perchè dovremmo farlo noi?

shame– Martedì 15 Marzo 2016 => “Shame” (Gran Bretagna – 2011) un film di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware.

Trama: Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi.
Dopo aver colpito indelebilmente gli occhi di chi ha visto il suo primo film, Hunger, colpevolmente non distribuito in Italia, il videoartista britannico Steve McQueen richiama con sé Michael Fassbender come protagonista di Shame, un film che è altrettanto politico, nelle intenzioni, per quanto non lo sia esplicitamente nel soggetto (com’era invece per la vicenda di Bobby Sands).
shame2Alla prigionia del carcere, dove l’uomo è privato di tutto, si sostituisce qui una trappola mentale altrettanto incatenante e umiliante, favorita paradossalmente dalla libertà di potersi comprare tutto e subito: una escort, una stanza d’albergo o un film. È l’altra faccia della società “on demand” quella che McQueen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato di una tristezza senza freni. La nudità di Fassbender, che apre il film, è soprattutto una condizione figurata e quando, man mano che il minutaggio avanza, l’interpretazione dell’angoscia si fa più dichiarata e arrivano le lacrime e le contorsioni, si ha quasi l’impressione che non aggiungano molto ma diano solo più senso a quelle prime sequenze, che già contenevano tutto.
Meno straordinario di Hunger, più imploso e grigio (non solo nella pigmentazione), Shame conferma la grande capacità di McQueen nella scelta delle inquadrature, il suo lavoro singolare sul sonoro, la poetica dell’accostamento di bellezza e brutalità, qui meno evidente ma non meno presente. Ma un grande dono viene senza alcun dubbio al film dal contributo di Carey Mulligan, che presta la sua bravura al personaggio tragico di Sissy e al suo sogno senza fondamento di un “brand new start”, di poter ricominciare da capo lì a New York perché, come canta in una sequenza da brivido, “if I can make it there I’ll make it anywhere”. Ma è vero soprattutto il contrario.

– Martedì 22 Marzo 2016 => “Hysteria” (Gran Bretagna, Francia, Germania – 2011), un film di Tanya Wexler. Con Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.

hysteriaTrama: Londra 1880. Il giovane Mortimer Granville è un dottore che lotta per far passare le nuove scoperte scientifiche negli ambulatori e negli ospedali gestiti da vecchi medici fedeli a convinzioni errate ed obsolete. In cerca di un nuovo impiego dopo l’ennesimo licenziamento, lo trova presso il dottor Dalrymple, specializzato nella cura “manuale” dell’isteria che affligge buona parte delle signore di Londra e si manifesta variamente con tristezza, irritabilità, pianto frequente o incontenibile rabbia. Innamorato della seconda figlia di Dalrymple, Emily, e osteggiato dalla primogenita Charlotte, che lo vorrebbe dedito a malattie più serie, Mortimer si ritroverà letteralmente fra le mani l’idea del secolo, durante una visita al suo amico e benefattore Edmund, un appassionato di congegni elettrici.
hysteria2La commedia di Tanya Wexler romanza non poco l’invenzione del vibratore ad opera del signor Joseph Mortimer Granville (il quale lo aveva pensato, in realtà, come strumento per la cura dei muscoli indolenziti in fisiatria e non ci teneva affatto a legare il proprio nome a questo secondo uso) puntando tutto sulla straordinaria coincidenza per cui avvenne nella più puritana delle società, quella della classe agiata nell’Inghilterra della regina Vittoria.
Il film si guadagna il sorriso dello spettatore fin dalle premesse, giocando sul piglio serissimo col quale Jonathan Pryce (alias Dottor Dalrymple) illustra la sua terapia, sul successo del giovane e belloccio dottorino in sua sostituzione, e sull’umorismo dissacrante dell’ottimo Rupert Everett nei panni del tecnoentusiasta Edmund. Per tutto il resto del tempo, però, Hysteria si limita poi a trascinare queste premesse attraverso una strada perfettamente prevedibile verso una conclusione paradossalmente senza “climax”, ma certamente romantica e rassicurante.
Visivamente, gli sfondi pastello tutti fiori e panchine e ponticelli che inquadrano la dolce, pudica ma in fondo insipida Emily, collidono volontariamente con i luoghi grigi e pericolosi nei quali si muove la pasionaria Charlotte, suffragetta a favore della parità dei sessi, tanto in materia sessuale quanto elettorale. Ma questa linea narrativa, tutta improntata alla critica sociale e all’equivalenza delle conquiste del progresso in campi tanto distanti ma anche coincidenti, è quanto di più visto, banale e privo di ironia possa capitare di incontrare in una commedia inglese. L’idea c’è, il divertimento anche, ma la rivoluzione è lontana.

LaVieDAdele– Martedì 29 Marzo 2016 => “La vie d’Adele” (Francia – 2013) un film di Abdel Kechiche. Con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte.

Trama: Adèle ha quindici anni e un appetito insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della Marianna di Marivaux si invaghisce di Thomas, a cui si concede senza mai accendersi davvero. A innamorarla è invece una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay, dove si è recata con l’amico di sempre. Un cocktail e una panchina condivisa avviano una storia d’amore appassionata e travolgente che matura Adèle, conducendola fuori dall’adolescenza e verso l’insegnamento. Perché Adèle, che alle ostriche preferisce gli spaghetti, vuole formare gli adulti di domani, restituendo ai suoi bambini tutto il bello imparato dietro ai banchi e nella vita. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore. Traghettata da quel sentimento impetuoso, Adèle diventa donna imparando molto presto che la vita non è sempre un (bel) romanzo.
Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, maître dei sentimenti nella società francese del diciottesimo secolo, spiando il cuore della ‘petites gens’ dove si nasconde l’amore. L’amore che il suo cinema come la letteratura dello scrittore fa uscire allo scoperto, segnato da un movimento della parola e da una naturalezza di espressione che incanta. Sul romanzo “La Vie de Marianne” apre La vie d’Adèle, storia d’amore e di formazione di un’adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Eludendo il compiacimento dell’esibizione, il regista tunisino racconta una stagione d’amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del film due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro, che esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza. L’abilità dell’autore a dirigere gli attori, già osservata nei lavori precedenti (La schivata, Cous cous, Venere Nera), produce periodi di pura bellezza come in occasione della lunghissima scena dell’amplesso, delle cene di presentazione e delle letture scolastiche. Con un movimento dall’esterno verso l’interno, Kechiche realizza un film che quanto più si distende nel tempo (quello diegetico e quello effettuale), tanto più si stringe nello spazio di una camera, di un’aula, di una cucina, placandosi nel ritmo e dentro un’appassionata ricerca di interiorità. La galleria di reincarnazioni dell’eterno femminino dopo la danzatrice del ventre di Cous cous e la ‘schiava assoluta’ di Venere Nera si arricchisce di un’altra figura, questa volta divorata dall’eros, spregiudicata, libera e bellissima. Adèle LaVieDAdele2Exarchopoulos è l’Adèle del titolo, colta nell’incandescenza di un sentimento fervidissimo e totalizzante per Emma e congedata con una raggiunta consapevolezza. Dentro un abito blu, ‘preso in prestito’ dalla bande dessinée di Julie Maroh (“Le Bleu est une couleur chaude”), la protagonista comprenderà di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere, preferendo le lacrime (tante lacrime) e lo struggente languore all’innaturale rimozione. E la bellezza di La vita di Adele nasce proprio nei momenti di frattura, chiavi per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice. Come nei romanzi, tutti francesi, che divora da studentessa e poi da insegnante, Adèle si cerca nel fondo del proprio amore, sopportando una solitudine che ha imparato a curare. Alla maniera di Antoine Doinel, la protagonista di Kechiche è iniziata alla vita adulta nel tempo di due capitoli, che la formano e la rimandano a una nuova avventura esistenziale, dopo averne determinato il sé sociale ed emotivo con tenace aspirazione. ‘Ricomposto’ il corpo freak di Saartjie Baartman, su cui si fissava il potenziale oppressivo dello sguardo, il regista ‘assedia’ quello vitalistico di Adèle, a cui corrisponde quello impressionista e languido di Léa Seydoux, magnifica ossessione che la introduce alla ‘belle arti’, all’arte amatoria e alla celebrazione dell’energia del corpo.

Le proiezioni hanno tutte inizio alle ore 21:30…puntualissime!
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Tre film in cui Di Caprio poteva vincere l’Oscar ma non l’ha vinto

Altra rassegna con il cinema d’attore e questa volta viene solcata la strada tracciata da uno degli attori di Hollywood più discussi, non tanti per i suoi successi ma per il numero di volte in cui non ha potuto fare a meno di lasciarsi sfuggire il tanto bramato Oscar come miglior attore. Leonardo Di Caprio sarà il filo conduttore di una rassegna che in tre pellicole cercherà di metter luce sulla bravura di un attore tanto premiato quanto snobbato dalla critica. Si dice che quest’anno vincerà l’Oscar per “Revenant”. Noi pensiamo che avrebbe dovuto vincerlo tempo prima con altri tre lavori ben riusciti.
Venite a goderveli!

beach– Martedì 2 Febbraio 2016 => “The Beach” (USA – 2000) , un film di Danny Boyle. Con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen, Tilda Swinton, Guillaume Canet, Hélène De Fougerolles.

Trama: Richard è un turista americano in cerca di avventure nell’esotica Thailandia. In un alberghetto di Bankok fa la conoscenza di un mezzo folle che gli parla di un’isola segreta e paradisiaca e gli fa dono di una mappa del posto. In compagnia di una coppia di giovani francesi, Etienne e Francoise, Richard si spinge a nuoto fino alla terra promessa e la prima impressione che lo travolge è quella di aver realmente incontrato il luogo più bello ed incontaminato del mondo. Qui vive una comunità di moderni hippies, capitanata da una donna, Sal (Tilda Swinton); un gruppo apparentemente coeso e molto ospitale.
beach2Il punto del terzo film di Danny Boyle, alle prese con la difficile gestione del dopo-Trainspotting, è proprio questo: un’apparenza da sfatare. La comunità di sessantottini cresciuti, lungi dall’essere un tempio di pace e armonia, ben rappresenta il cuore di tenebra dell’essere umano, il luogo in cui -spogliato dei beni materiali- l’uomo è preda delle passioni più basse e meschine, dalla cupidigia alla gelosia, dall’indifferenza all’abitudine alla menzogna. In nome di un segreto da perpetuare (l’esistenza dell’isola non deve divenire fatto noto, pena la perdita della sua bellezza), gli abitanti si crogiolano nell’egoismo, scioccando l’ingenuo Di Caprio che si rifugia allora in un paradiso del tutto artificiale, scollandosi completamente dalla realtà fino a divenire il personaggio di un videogioco in stile “Rambo”.
Zeppo di citazioni, da Conrad (e annesso Coppola) al “Signore delle mosche”, The Beach si perde strada facendo esattamente come accade al suo protagonista, finendo alla deriva nel moralismo e nello smarrimento narrativo. Il gioco, specie quello duro che sconfina nella crudeltà e nel cinismo, continua ad essere uno dei temi più cari a Danny Boyle, ma questa volta il regista si isola con la sua playstation, peccando dello stesso individualismo di cui peccano i suoi poco amati personaggi. Resta – impossibile da negare – la straordinaria forza delle immagini.

– Martedì 16 Febbraio 2016 => “The Aviator” (USA, Giappone – 2004), un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, John C. Reilly, Alan Alda.

aviatorTrama: Signore e signori Howard Hughes: produttore, appassionato di aviazione, affetto da disordine ossessivo-compulsivo. Sono queste tre caratteristiche che debbono avere stimolato Martin Scorsese ad affrontare il primo film biografico della sua carriera, inteso in senso classico e quindi escludendo Toro scatenato. Nell’ostinato giovane produttore di film che hanno fatto la storia del cinema come Angeli dell’inferno e Scarface, nell’esperto aeronautico capace di prevedere e di rischiare sul futuro dell’aviazione civile ha visto uno di quei personaggi capaci di ‘sporcarsi le mani’ per il raggiungimento di un obiettivo. Un ‘bravo ragazzo’ avido di potere e al contempo dotato di qualità, un ‘toro scatenato’ pronto a cadere ma anche a risorgere (come gli accadrà di fronte alla commissione senatoriale che lo accusa di corruzione e contro la quale ribalterà l’accusa).
aviator2Ma è certo nell’ultima caratteristica del personaggio che Scorsese ha trovato il proprio fulcro. Non a caso la prima immagine che vediamo è quella di un preadolescente nudo che viene lavato accuratamente dalla madre con un sapone nero per preservarlo dalle malattie. Le ‘madri’ mafiose che preparano la salsa di pomodoro vengono sostituite da questa giovane donna che lascerà un segno indelebile in un figlio che si ritroverà, adulto, nuovamente nudo a combattere con le ossessioni che sono entrate nella sua pelle con la schiuma di quel sapone da cui non saprà mai separarsi. Ma queste ossessioni si accompagnano con forza visiva straordinaria ad altre. Una per tutte: il frantumarsi delle lampade incandescenti dei flash dei fotografi in una sequenza degna di Welles. Il tutto (ma c’è molto di più grazie anche al cast che vede svettare tra i coprotagonisti Cate Blanchett in un ruolo difficile come quello di restituirci senza limitarsi ad imitarla una donna del calibro di Katharine Hepburn) ripreso con un lavoro sui colori che ci offre una visione come quella che il pubblico degli anni 30/40 aveva del cinema.
Per concludere non si può non dire di Leonardo Dicaprio. Superato il rischio di non poter più fare cinema perché incatenato ai ruoli alla Titanic o alla Romeo l’attore torna a farsi dirigere da Scorsese al quale offre in guizzi improvvisi il trascorrere dello sguardo dalla più docile seduttività al lampo di follia sofferente. Grazie a lui Scorsese ha potuto tornare a far visita al Travis di Taxi Driver. Ma questa volta è ai comandi di un aereo che non riesce a staccarlo dal terreno del suo mal di vivere. La rivisitazione del ‘sogno americano’ ha un nuovo capitolo.

wolfwallstreet– Martedì 23 Febbraio 2016 => “The Wolf of Wall Street” (), un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler.

Trama: Jordan Belfort è un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta. Assunto dalla L.F. Rothschild il 19 ottobre del 1987 e iniziato alla ‘masturbazione’ finanziaria da Mark Hanna, yuppie di successo col vizio della cocaina e dell’onanismo, è digerito e rigettato da Wall Street lo stesso giorno in seguito al collasso del mercato. Ambizioso e famelico, risale la china e fonda la Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio che rapidamente gli assicura fortuna, denaro, donne, amici, nemici e (tanta) droga. Separato dalla prima moglie, troppo rigorista per reggere gli eccessi del consorte, Jordan corteggia e sposa in seconde nozze la bella Naomi, che non tarda a regalare due eredi al suo regno poggiato sull’estorsione criminale dell’alta finanza e la ricerca sfrenata del piacere. Ma ogni onda cavalcata ha il suo punto di rottura. Perduti moglie, amici e rotta di navigazione, Jordan si infrangerà contro se stesso, l’inchiesta dell’FBI e la dipendenza da una vita ‘tagliata’ con cocaina e morfina.
wolfwallstreet2Alla fine di un film di Scorsese ci si convince ogni volta che non si possa andare più in là, che non ci sia più spazio per un’altra inquadratura dopo l’immersione subacquea de Le royaume des fées (Hugo Cabret), che non ci sia un altro sguardo ammissibile dopo gli occhi celesti di un orfano dietro agli orologi e aggrappati alle lancette che scandiscono l’unico tempo che può vivere. Poi vedi The Wolf of Wall Street, commedia nera e stupefacente senza redenzione, e ti accorgi che è possibile. Navy Seal del cinema, Martin Scorsese si spinge daccapo oltre e questa volta negli angoli oscuri dove vivono le cose (molto) cattive e dove ingaggia una battaglia ad alto volume con gli avvoltoi di Wall Street, immorali gangster ma socialmente più accettabili di un gangster.

Le proiezioni avranno tutte inizio alle ore 21:30, puntuali.
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Les jeux sont faits

Les jeux sont faits

“Rien ne va plus, les jeux sont faits”, così recita l’espressione francese per chiudere le puntate in una partita a roulette. Tre pellicole, che cavalcano una cinquantina d’anni, per mettere in evidenza come il gioco sia una cosa con cui ridere e una cosa con cui far piangere.

– Marrivincita nataletedì 12 Gennaio 2016 => “La rivincita di Natale” (Italia – 2004), un film di Pupi Avati con Diego Abatantuono, Carlo Delle Piane, Alessandro Haber, Gianni Cavina, George Eastman

rivincita natale2Trama: Il tavolo verde di Avati si accende ancora e riluce degli sguardi di cinque personaggi in cerca di sé stessi e di un momento che per tutti, vincente o perdente, si imprime in una vita che non sempre è quella che sembra, e, molto frequentemente, rappresenta una dura realtà. Franco, 18 anni dopo una sconfitta in una partita a carte che lo ha segnato (anche economicamente), cerca i suoi “compagni di ventura” per giocare una rivincita su molti fronti. Lele, critico cinematografico malato di cancro, Ugo, conduttore televisivo, Stefano, proprietario del “luogo del delitto”, l’avvocato Santelia. I protagonisti fra giochi delle parti si presentano nuovamente a rivivere quell’attimo che li mette a confronto in valore assoluto, senza considerare la loro condizione di vita attuale. La tensione della vecchia amicizia è ora dentro il mazzo di carte, che legge e mette a confronto ancora una volta l’anima e il cuore di chi è coinvolto.
Il regista mette in scena gli uomini ancor prima dei luoghi, e li innalza alla magia del cinema. Le interpretazioni superlative e i tempi drammatici costruiscono un’opera “da camera” perfetta in ogni dettaglio.
Quando il cinema italiano è realtà a ventiquattro fotogrammi al secondo.

stangata– Martedì 19 Gennaio 2016 => “La Stangata” (USA – 1973), un film di George Roy Hill. Con Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw, Charles Durning, Eileen Brennan.

Trama: Negli anni Trenta due abili imbroglioni riescono, con una partita a poker truccata e con una girandola di trovate esilaranti, a truffare una grossa somma di danaro a stangata_2un terribile gangster di Chicago. La truffa colossale è anche e soprattutto l’occasione per vendicare una morte di un comune amico. Idealismo, abilità e guasconate costituiscono l’esplosiva miscela di questo soggetto condotto magistralmente da Hill che vi schiera la stessa squadra del fortunato Butch Cassidy e soprattutto si affida al ragtime di Scott Joplin riarrangiato da Marvin Hamlish. La colonna sonora crea un’atmosfera unica e irrepetibile. Il film fece incetta di premi Oscar e sbancò al botteghino.

21– Martedì 26 Gennaio 2016 => “21” (USA – 2008), un film di Robert Luketic, con Jim Sturgess, Kevin Spacey, Kate Bosworth, Aaron Yoo, Liza Lapira.

Trama: Ispirato ad una storia vera, 21 racconta le gesta di Ben Campbell, brillante studente del Mit che, per raggranellare i soldi necessari a pagarsi l’università, decide di unirsi a un gruppo scelto di cervelloni che ogni settimana, dotati di false identità, saccheggiano i casinò di Las Vegas grazie alla loro abilità nel gioco del Blackjack, guidati da Micky Rosa, un geniale e ben poco ortodosso professore, capace di elaborare un sistema infallibile per vincere, basato su segnali e conteggi matematico-probabilistici applicati al gioco. Le iniziali fortune fanno montare la testa a Ben che, invaghito della bella compagna di avventure Jill Taylor, si spinge sempre più in là, fino ad arrivare a superare il punto di rottura, rappresentato da Cole Williams, manager della security del casinò che non vede di buon occhio i continui successi di Ben…

21_2Il casinò è uno dei luoghi meglio frequentati dal cinema: è stato teatro di numerosi film di successo e promana sempre un fascino particolare. Nonostante sia ispirato ad una storia vera (sembra incredibile, eppure è così, e il romanzo “Bringing Down the House” è lì a ricordarcelo), 21 strizza l’occhio in maniera più o meno smaccata alla trilogia di Ocean’s, con al posto delle rinomate star guidate da Clooney, un gruppetto di giovani promesse con pochi soldi (nel film, ovviamente) e molto cervello. Il vero spettacolo però, prevedibilmente, si ha quando nell’arena scendono i sempre amabili Kevin Spacey (che si diverte come un matto) e Lawrence Fishburne che danno lezioni di stile e dimostrazione di consumato talento.

Purtroppo, anche a causa di uno script abbastanza prevedibile, la regia di Luketic, più a suo agio nelle commedie che in film di questo tipo, non riesce a mantenere alto il ritmo del film, né a distinguerlo da classici del genere “truffe in grande stile” come La stangata e simili.

Se a questo aggiungiamo una durata francamente eccessiva, almeno in relazione alla quantità di eventi e colpi scena presenti nella storia, quel che ne esce è un film leggero, senza pretese, che offre un piacevole intrattenimento, ma nulla di più.

Le proiezioni avranno tutte inizio alle 21:30, puntuali!
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Circolo Virtuoso Bukó
Via Stanislao Bologna 30, Benevento

Arte D’Annata – Vol 2

Seconda edizione della rassegna cinematografica dedicata all’arte, a quella dannata un po’ datata. Tre appuntamenti invernali per cogliere elementi della vita di tre grandi artisti che hanno fatto la storia dell’uomo.

Martedì 01 Dicembre 2015 => “Get On Up” (USA – 2014), un film di Tate Taylor. Con Chadwick Boseman, Nelsan Ellis, Dan Aykroyd, Viola Davis, Craig Robinson.

Get-On-Up-poster-film-USTrama: La vita, i successi e i fallimenti di James Brown, The Hardest Working Man in Show Business, dal 1988 del suo chiacchierato arresto, con inseguimento della polizia, indietro nel tempo fino alla tragica infanzia. Raccontare la storia del più grande lavoratore dello show business: un compito improbo. Oltre a evitare gli ostacoli del biopic per farlo è necessario catturare lo spirito di un musicista-istrione-simbolo incontenibile dentro e fuori dal palcoscenico.
Trasmettere la potenza delle sue performance e la complessità di uno dei casi più clamorosi di ascesa verticale dalle stalle alle stelle. Letteralmente dalle une alle altre. Taylor Tate sceglie di immortalare Mr Dynamite, il James Brown del Mito, in cui la maschera dell’infallibilità e l’atteggiamento costantemente sopra le righe nascondono le fragilità interiori, in cui il genio di un artista capace di inventare un nuovo soul, un nuovo funk e di anticipare così decenni di musica a venire convive con una personalità debordante. L’egocentrismo, l’amore per l’eccesso e l’incapacità di autocontrollo emergono come comportamenti “giustificati” dall’infanzia tragica di Brown, divisa tra miseria e violenza domestica, che lo segna indelebilmente e lo perseguita come un fantasma. Componente, quest’ultima, che il regista, con ingenuità disarmante, traduce in immagini, rendendo i genitori di Brown una sorta di spettri che ricorrono nei momenti più drammatici.
getonupTate concentra la sua analisi di Brown su quest’unico punto, esasperandolo nel rapporto con l’amico fedele Bobby Byrd, la cui generosità è costantemente ricambiata dal disprezzo e dall’ingratitudine: il risultato non va al di là della caratterizzazione macchiettistica da villain dei fumetti, come un motivo mononota esteso ben oltre i limiti naturali. L’esatto contrario del caleidoscopio emozionale generato dalla musica di Brown, che Tate sfrutta a piene mani, avvalendosi dei brani immortali che alla biografia di Jimi Hendrix, All is by My Side, sono disperatamente mancati. Il montaggio iniziale che rimbalza dal triste episodio del 1988 al concerto in Vietnam per tornare al passato remoto – un’infanzia che pare estratta da 12 anni schiavo, dove l’incontro di Brown con la Storia guarda alla tecnica, ormai iper-sfruttata, del montaggio stile Forrest Gump – si adagia ben presto in una più tradizionale visione diacronica e lo sforzo del protagonista Chadwick Boseman non va oltre la mimesi più ovvia di gesti e accento di Mr Dynamite, tutt’altro che agevolato da un make-up eccessivo e da una cura per la ricostruzione visiva vicina al canone della produzione televisiva.
Curiosamente produce Mick Jagger, nonostante gli Stones escano malissimo dalla rievocazione del Tami show, in cui James Brown dovette cedere lo slot di chiusura ma rubò loro la scena.

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Martedì 15 Dicembre 2015 => “Poeti Dall’Inferno” (Francia, Gran Bretagna, Belgio – 2005), un film di Agnieszka Holland. Con Romane Bohringer, Leonardo DiCaprio, David Thewlis, Dominique Blanc, Felicie Pasotti.

poeti_infernoTrama: La Holland sceglie di raccontare la passione che dal 1871 al 1873 legò Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. Non c’è però nulla di agiografico o di patinato nella sua ricostruzione di questo rapporto tutto “genio e sregolatezza”. Anzi, semmai qui la seconda è padrona quasi assoluta del campo in tutta la sua dissoluzione di qualsiasi “umanità”. Con, in aggiunta, lo sguardo della giovanissima moglie di Verlaine.

Lautrec– Martedì 22 Dicembre 2015 => “Lautrec” (Francia, Spagna – 1998), un film di Roger Planchon. Con Claude Rich, Régis Royer, Anémone, Elsa Zylberstein, Micha Lescot.

Trama: La vita del grande pittore Toulouse Lautrec nella Parigi della belle époque. La vita non è facile per il giovane Hanri, che non ama la gente e non è amato. Per il resto lautrec2belle ricostruzioni (fin troppo) e la Montmartre degli artisti. Il film percorre tutta la vita dell’artista in modo didattico e professionale ma senza dimenticare un incontro (Van Gogh, Degas ecc.), un amore (quello con Suzanne Valadon), una nota di décor. Consentendo così al simil-vero della ricostruzione di divorarsi il resto. Tra le pieghe dei tessuti e quelle della psicologia dell’artista la regia predilige le prime. Non si può non ricordare il classico (americano) Moulin Rouge di Huston, con José Ferrer premio Oscar nella parte di Lautrec, di gran lunga superiore.

Le proiezioni hanno tutte inizio alle ore 21:30, con una certa puntualità!
Siate anche voi puntuali nel palesarvi!

Bukórto – IV Edizione

Il Circolo Virtuoso Bukó è lieto di annunciarvi la QUARTA edizione del “Bukórto”, rassegna del corto del Circolo Virtuoso.
Sull’onda delle prime tre edizioni, si continua con la rassegna orizzontale del cortometraggio nella quale sono invitati a partecipare tutti coloro che hanno idee innovative e creative da condividere.

corto

Gli amanti della competizione stiano in guardia in quanto ricordiamo che il “Bukórto” non sarà un festival che vedrà in fin dei conti un acclamato vincitore. Di certo, al pubblico spetterà apprezzare I prodotti che usciranno fuori dalle meningi dei cine-autori e speriamo che di applausi e schiamazzi ne usciranno tanti, corposi e sentiti, ma anche critici e blasfemi. Ma alla fine della rassegna, per i partecipanti, vi sarà solo la consapevolezza di aver partecipato, di aver presentato, fatto conoscere il proprio lavoro e di averlo fatto apprezzare. Daltronde, quale miglior modo per intavolare un confronto fra autori se non una sana rassegna priva di competizione?

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I video in rassegna e relativi autori sono:

Intersecantesi_ph01
“Intersecantesi”
di Luca Scarpati

Storie Dal ventre della solitudine
“Storie dal ventre della solitudine – e della sua bellezza“
di Cargnino Daniele

“Briganti”
di Mario Martone

“ROSCIGNO VECCHIA – Il Borgo InVita”
di Sabrina Campagna

“In Viaggio Per Terrenet”
di Alessandro Paolo Lombardo
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A tutti I partecipanti alla rassegna verrà dato come premio un buono da spendere al Circolo Virtuoso Bukó nonchè un attestato di partecipazione.

Cerimoniere della serata:
Claudio Russo!

20 Novembre 2015
Start h 21:00

Presso il Circolo Virtuoso Bukó,
via Stanislao Bologna 30, Benevento.